Gli incendi catastrofici dell’estate del 2022 sul Carso — durati giorni e affrontati con vigili del fuoco accorsi da mezza Europa — non sono stati un incidente isolato. Da allora il progetto Karst Firewall 5.0, cofinanziato dall’Unione europea nell’ambito del programma Interreg Italia-Slovenia, lavora a uno strumento condiviso fra i due Paesi per prevenirli. Il 17 marzo, in una sala di Duino Aurisina, una serata di workshop ha messo quello strumento in mano a chi sul Carso vive e lavora.
Un clima sempre più caldo, un’estate sempre più lunga
Le stazioni meteo dell’area registrano oggi quasi due gradi in più rispetto agli anni Novanta, con un nuovo record nel 2024 sia in Italia sia in Slovenia. L’estate è di gran lunga la stagione più pericolosa per gli incendi sul Carso — concentra quasi la metà di tutti gli eventi storici — e il riscaldamento la sta peggiorando: il terreno secca prima, la vegetazione resiste meno, la finestra di rischio si allunga.
Cosa rende un’area vulnerabile
La prima banca dati transfrontaliera degli incendi del Carso raccoglie 1.446 eventi geolocalizzati lungo trent’anni, unificando archivi italiani e sloveni che fino a oggi parlavano linguaggi diversi: coordinate diverse, frequenze diverse, persino la definizione di “incendio” non era la stessa al di qua e al di là del confine. I numeri dicono cose nuove. L’80% dei roghi cade sempre nelle stesse zone, anno dopo anno. L’84% scoppia entro 500 metri da una strada o da una ferrovia. Tre quarti hanno origine umana, spesso non per gesto doloso ma per piccoli incidenti legati alle infrastrutture: una scintilla da un treno, un mozzicone gettato in transito. Ciò che è prevedibile può essere prevenuto.
Una piattaforma per dire dove guardare
Lo strumento sviluppato dal progetto e presentato a Duino Aurisina mette insieme tre cose: dati storici, sensori, modelli predittivi. Sul campo, ventidue stazioni meteo registrano dal 1991 temperatura, umidità, pioggia, vento, pressione e radiazione solare. A queste si aggiungono piccoli sensori sviluppati nel progetto, alimentati a pannello solare e capaci di funzionare per mesi in zone remote senza Wi-Fi. Dall’alto, i satelliti Sentinel del programma europeo Copernicus aggiornano regolarmente la mappa della vegetazione e del suolo, mentre i droni vengono usati per il monitoraggio mirato delle aree più sensibili.
Tutti questi dati alimentano un modello che, ogni mattina, divide il Carso in quarantamila celle e per ognuna risponde a una domanda: oggi, qui, quanto è probabile un incendio? Il risultato è una mappa a tre colori — rosso, giallo, verde — che indica subito dove concentrare l’attenzione. Un sistema basato solo sul meteo intercettava ventinove incendi su cento; questo ne intercetta settantasette.
Tre tavoli, tre sguardi
Il 17 marzo, in una sala di Duino Aurisina, una venticinquina di persone si sono radunate intorno a tre tavoli. Al primo i vigili del fuoco, al secondo i tecnici della protezione civile, al terzo i residenti — chi sul Carso ci vive da una vita. Il compito è identico per ogni gruppo: segnare con i post-it dove il territorio brucia per primo, e dire perché. Le mappe finali sono però tre, perché ogni tavolo guarda lo stesso paesaggio con occhi diversi. Dai gruppi emerge un Carso fatto non solo di vegetazione che brucia: la conservazione degli habitat, la manutenzione delle strade ai margini del bosco, le fasce frangifuoco ancora da completare, le aree dove serve la bonifica da ordigni bellici della Grande Guerra.
Il sondaggio finale dice due cose. Primo: il 71% dei partecipanti giudica la piattaforma “largamente coerente” con le zone critiche identificate ai tavoli. Secondo: il limite principale, secondo più di un partecipante su due, non riguarda la tecnologia ma il coordinamento fra istituzioni — gestire un incendio sul confine significa muovere uomini, mezzi e decisioni che hanno regole diverse da una parte e dall’altra.
Oltre il confine
Una delle scelte fondative del progetto è proprio questa: tenere insieme Italia e Slovenia su un problema che non rispetta i confini nazionali. Gli incendi che partono da un lato del Carso possono propagarsi all’altro — e nell’estate del 2022 lo hanno fatto in modo drammatico. Costruire dataset condivisi, armonizzare metodi, sviluppare piani d’azione comuni è il primo passo verso una gestione coordinata che coinvolge ricercatori, vigili del fuoco, amministratori locali, gestori del territorio, comunità. Un secondo incontro dello stesso tipo si è tenuto in aprile sul lato sloveno del confine, a Capodistria. La prossima estate la piattaforma sarà a regime sul Carso.